venerdì 25 marzo 2011

L’isola degli uomini con i piedi scalzi

Clandestini, immigrati, rifugiati, irregolari, profughi, criminali, disperati, eroi, sopravvissuti, vittime, colpevoli. Diamo nome alle cose per conoscerle, per chiarirle, soprattutto per imparare a riconoscerle. Raccontiamo favole per esorcizzare le paure, mitigare la realtà. Ma a volte diamo nome alle cose per confonderle, raccontiamo storie per nascondere i fatti.

Raggiungono l’isola dopo un viaggio di disperazione e speranze, tutto il passato chiuso in un sacchetto di plastica, o inciso come cicatrici sulla pelle scura. Negli occhi hanno lo smarrimento di chi non sa bene dove andare, di chi non capisce cosa gli dicano gli operatori e gli agenti che li accolgono, perché quella è una lingua estranea. Hanno freddo, fame, hanno il mare dentro. Il mare. Quel mostro incerto, che può salvare o uccidere assecondando un capriccio. Il mare che si è inghiottito un compagno, un amico, un debole. Il mare che sa di sale, di sete, di libertà. Povera parola svilita, “libertà”. Benedice partiti, rotola come una biglia nei discorsi di chi non ne conosce la negazione, e proprio sul più bello, quando deve dare senso alla sua origine, al suo partecipare ad un pensiero, ad una storia, perde pregio. Non sa più di niente, quella bella parola. Ma è lì dentro, sotto la superficie del suono, che si nasconde la spinta degli uomini scalzi. Il loro primo passo.

Approdano sull’isola a piedi nudi, non hanno più niente. Hanno il loro corpo. Hanno un nuovo inizio. L’isola che hanno sognato e il viaggio che hanno pagato e sconfitto, sono l’approdo, poi arriverà dell’altro. Deve arrivare. L’attesa è lunga, scomoda, putrida, caotica. Ma passerà. Deve passare. Si aspetta. In mezzo a loro i pensatori senza armi, i contadini senza terra, i medici senza cure, i padri senza figli. Tutti in fila. In silenzio. Non fate domande. Rispettate l’ordine. Rispondete alla domande. Difendetevi.

Qualcuno arriverà a dire loro che possono andare, che possono ricominciare a vivere. Che l’America è lì, a portata di mano e sta a ciascuno di loro scoprirsi eroi o criminali, vittime o colpevoli. Perché non è la traversata, non è la fame, non sono i piedi scalzi, a dirlo, è la storia che ce lo insegna.

Quaranta giorni dopo essere scesi dalla nave, con il mare alle spalle, quegli uomini persi hanno conquistato l’America, partendo da New York. Ellis Island è stata solo l'isola del loro nuovo inizio.

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